Rinnovabili e politica

Questo blog è rimasto colpevolmente silente nell’ultimo mese. Un po’ per impegni di iperlavoro ormai di poco al di sotto della stratosfera, un po’ perchè devo cambiare la moto e trovarne una a un prezzo onesto sta prendendo un botto di tempo, un po’ per impegni personali e un po’ anche per pigrizia. Ma non c’è giorno che stare lontano dal blog e dalla divulgazione scientifica non mi pesi. In questi giorni il mondo si concentra sull’inaspettato (?) risultato delle elezioni presidenziali in USA. Anche su questo blog si parla di politica, in riferimento alle rinnovabili e ai risultati delle policy italiane in termini economici.

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La fine del ricatto energetico russo?

Il mio articolo per iMille-magazine

Similmente a quanto accaduto tra il 2006 e il 2009, la crisi in Ucraina ha riesumato il mai sopito dibattito sulla dipendenza dell’Europa dalle risorse energetiche russe. Il 25 febbraio, la Commissione Europea ha reso nota la dichiarazione di intenti di formare un’Unione Energetica Europea (Energy Union) con l’obiettivo, tra le tante cose presenti nel documento, di una riduzione strutturale della dipendenza dalla Russia come fornitore di risorse energetiche, che a detta di molti Putin ha usato e usa tuttora come strumento politico.

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Come ti combatto il picco

Leonardo Maugeri in un articolo sull’Espresso, elenca cinque motivi che consentirebbero ai produttori americani di battere le previsioni funeree sul petrolio non convenzionale nazionale.

1) Aree più produttive. Le società petrolifere stanno concentrando le loro operazioni su aree di giacimenti che consentono un profitto anche a quotazioni del greggio inferiori a 35 dollari a barile. La prova è che nel Nord Dakota epicentro storico dell’estrazione di greggio shale, a dicembre si è era superato il record storico di 1,2 milioni di barili al giorno e poi la produzione è cresciuta ancora.

2) Break-even. Si è abbassato il punto di pareggio costi/ricavi per effetto del miglioramento della tecnologia che ha consentito una riduzione dei costi estrattivi del 10% annuo e dell’aumento della produttività dei pozzi cresciuta negli ultimi 6 anni di 4-6 volte a seconda dei giacimenti.

3) Multi-well pad drilling. Entrano in campo progressi tecnologici che consentono di perforare un numero multiplo di pozzi da un’unica postazione. Visivamente immaginate un piovra con la testa in superficie con i suoi tentacoli che penetrano sottoterra in più direzioni.

4) Intensificare lo sfruttamento. Si sperimentano sistemi come la “ri-fratturazione” idraulica di pozzi già fratturati che può spingere fino al raddoppio della produzione a costi molto ridotti.

5) Ciclo corto. A differenza degli idrocarburi convenzionali che richiedono tempi lunghi prima che l’output arrivi sul mercato, il pozzo shale entra in produzione in poche settimane, raggiungendo subito il picco produttivo per poi declinare verticalmente e rendere necessaria la perforazione continua di altri pozzi. Questo implica la possibilità di “spegnere” e “accendere” tempestivamente nuove produzioni in base ai trend dei prezzi.

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Picco del petrolio e costo marginale

Il mio articolo per iMille-magazine

Decenni di discussioni sul picco del petrolio hanno prodotto fiumi di parole sull’entità delle riserve (e/o risorse) in rapporto alla produzione mondiale, ossia quanti anni di petrolio restano al mondo – il cosiddetto rapporto R/P (reserves-to-production ratio). Su questo magico numero, e sulle sue implicazioni per il futuro dell’economia moderna, sono cresciuti nel tempo un coacervo di movimenti e opinioni, alcune assennate altre meno. Economisti per cui le riserve di petrolio aumentano sempre, chi cerca trova e domani è un giorno nuovo, o geologi per cui l’aumento esponenziale della produzione prosciugherà le risorse petrolifere ieri, neanche il tempo di addormentarsi. Il problema è che ridurre la dinamica di sfruttamento del petrolio alla bruta quantità di greggio rimasto in rapporto alla produzione è spesso fuori bersaglio. Come ebbe a dire Morris Adelman [1], con poche parole ma molta saggezza:

Risorse finite è uno slogan vuoto; conta solo il costo marginale.

Esaminando le teorie del picco del petrolio attraverso la lente dell’economia molti elementi fattuali appaiono evidenti, comprese le recenti turbolenze del mercato petrolifero. Ma andiamo con ordine.

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Il futuro del nucleare

È difficile vedere qualcosa di diverso rispetto ad un declino relativamente rapido del nucleare nel prossimo futuro. I reattori esistenti stanno raggiungendo la fine del loro ciclo di vita e mantenerli ancora in funzione diventa sempre più problematico. La tecnologia post-Chernobyl, la cosiddetta Generazione III+, ha fallito nel suo tentativo di essere più sicura, meno cara e più facile da costruire, mentre per quanto riguarda le nuove tecnologie – come i piccoli reattori modulari (SMRs), i reattori ad alta temperatura e la tecnologia di IV generazione – non sembra siano stati fatti grandi progressi rispetto ad un decennio fa. La Cina e, in minor misura, la Russia rimangono le grandi speranze per l’industria nucleare.

[Steve Thomas su Agienergia, ieri]

Marchionne e il lavoro del manager

Su Marchionne si posso dire tante cose, antipatico, egocentrico, spigoloso, quelchevolete. Ma sui suoi risultati da manager di FIAT non si discute. Semplicemente detto, negli ultimi 10 anni, Marchionne ha salvato due enormi gruppi industriali praticamente già morti.

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L’Europa e la via del gas

Il mio articolo per iMille-magazine

Il 28 giugno scorso la Trans Adriatic Pipeline (TAP) ha ottenuto la commessa per trasportare in Europa 10 miliardi di metri cubi (mmc) di gas all’anno dall’Azerbaigian, a partire dal 2019. Stiamo parlando di un gasdotto, la TAP appunto, che prevede di attraversare il Mar Adriatico e connettere le coste di Albania e Italia, spuntando sulle coste del Salento, in Puglia. Stando alle dichiarazione dell’Unione Europea, la TAP è una pietra miliare della politica energetica europea che, nelle intenzioni, dovrebbe ridurre la dipendenza dal gas russo. Peccato che le cose non stiano proprio così.

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