Su I Limiti della Crescita

Da tempo volevo scrivere qualcosa sul rapporto del Club di Roma. Quello che negli anni ’70 ha plasmato indelebilmente l’ambientalismo moderno. Due settimane dopo aver provato a scrivere un articolo esaustivo sull’argomento, mi sono reso conto che non basterebbe una riga di libri per trattare tutto in dettaglio. Scrivo allora qui un primo post sull’argomento, semplificando al massimo, per fermare le idee e procedere oltre. I lettori mi scuseranno per lo stato di semi-apnea di questo blog nelle ultime due settimane.

Capitolo Primo. Quelli del Club di Roma. Fondato nel 1968, il Club prese il nome della città in cui si riunì per la prima volta (Roma) e divenne famoso per il successivo rapporto del 1972 sui limiti della crescita (The Limits to Growth). Grazie all’uso di un modello matematico, il rapporto conteneva una predizione del trend mondiale futuro per alcune macrovariabili (popolazione, produzione, cibo, inquinamento e risorse naturali) concludendo che la crescita economica del modello produttivista non potesse continuare indefinitamente. Al contrario, essa avrebbe trovato una soglia insormontabile nella limitata disponibilità di risorse naturali. In sunto: la crescita infinita in un pianeta dalle risorse finite non è possibile. Di più, si prevedeva che il collasso del sistema economico e sociale della civiltà moderna dovesse avvenire nel 21o secolo, ridimensionando bruscamente il numero degli abitanti sul pianeta.

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L’Europa e la via del gas

Il mio articolo per iMille-magazine

Il 28 giugno scorso la Trans Adriatic Pipeline (TAP) ha ottenuto la commessa per trasportare in Europa 10 miliardi di metri cubi (mmc) di gas all’anno dall’Azerbaigian, a partire dal 2019. Stiamo parlando di un gasdotto, la TAP appunto, che prevede di attraversare il Mar Adriatico e connettere le coste di Albania e Italia, spuntando sulle coste del Salento, in Puglia. Stando alle dichiarazione dell’Unione Europea, la TAP è una pietra miliare della politica energetica europea che, nelle intenzioni, dovrebbe ridurre la dipendenza dal gas russo. Peccato che le cose non stiano proprio così.

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Energie rinnovabili e metalli strategici

il mio articolo per iMille-Magazine

William Stanley Jevons era un economista inglese. Nel diciannovesimo secolo, Jevons sostenne che “più efficiente è l’uso che si fa di un materiale che scarseggia, maggiore sarà la sua domanda finale”. Oggi, questa affermazione è nota come il “paradosso di Jevons”, le cui implicazioni sono quantomai importanti in un mondo che guarda con sempre maggior speranza alle fonti rinnovabili per la produzione di energia.

Ma andiamo con ordine. Cosa sono i metalli strategici? E cos’hanno a vedere con le energie rinnovabili? I metalli strategici sono materiali secondari nella finitura di un determinato prodotto di cui però garantiscono la funzionalità finale. Ad esempio, i tubi in acciaio non sono fatti di molibdeno, ma il molibdeno, pur costituendo solo lo 0,5 per cento della lega, conferisce all’acciaio forza e resistenza alla corrosione. Il che rende il molibdeno un metallo strategico per l’industria dei gasdotti.

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Terre e metalli rari

Dell’importanza delle terre rare per le rinnovabili abbiamo parlato pochi giorni fa. L’articolo è stato ripreso anche da Il Post. Il problema delle terre rare è di quelli importanti e val la pena dare un occhio al mercato alla ricerca di movimenti interessanti.

In poche parole: Molycorp Inc. (MCP). E’ il nome dell’azienda americana che sta rapidamente diventando la stella polare di terre e metalli rare. Nell’ultimo mese le azioni di Molycorp sono quasi raddoppiate in valore e continuano a salire.

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Il problema con le energie rinnovabili

scritto a quattro mani con il sempre ottimo Corrado Truffi

Ricorrere all’energia nucleare non fa diminuire la nostra dipendenza energetica dall’estero. Quante volte avete sentito questa frase? Tante, e altrettante la sentirete da qui al prossimo referendum sul nucleare. Il motivo è semplice: l’uranio per le centrali nucleari lo dobbiamo importare, e quindi dipenderemo dai paesi importatori così come oggi dipendiamo dai paesi da cui importiamo petrolio e gas. Con le fonti rinnovabili invece siamo più contenti, perché il problema della dipendenza non sussiste proprio, dal momento che sole e vento non ce li toglie nessuno. Sarebbe bello, ma le cose non stanno proprio così.

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La pericolosità del plutonio

il mio articolo per iMille

La novità del giorno è che a Fukushima hanno scoperta tracce di plutonio nei campioni di terreno. Novità che in Italia abbiamo già prontamente trasformato nel giudizio universale. Un paio di commenti sull’argomento.

Il plutonio è prodotto in tutti i reattori nucleari. Alcuni reattori giapponesi (tra cui uno dei reattori di Fukushima) usano “ossidi misti” (MOX) come combustibile, dalla cui fissione hanno origine sia plutonio che uranio. Domenico Coiante di ASPO Italia ha scritto un bell’articolo sui combustibili nucleari. Va tuttavia notato che ci sono tracce di plutonio nella maggior parte dei terreni nell’emisfero settentrionale, causati dai test delle armi nucleari degli anni 50 e 60. Inoltre, in natura si trovano minuscole quantità di plutonio presente in molti dei più grossi giacimenti di uranio – ma veramente minuscole – e quantità ancora più microscopiche di Pu-244 vengono depositate sulla Terra dalle esplosioni delle vicine supernove.

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Un mondo di vetro

Poesia pura.