Il valore dell’ecologia

Uno degli approcci più interessanti in materia di economia ecologica è forse quello dei servizi ecosistemici. Lo descrivo brevemente qui, perchè offre numerosi spunti di discussione sulla relazione tra economia e ecologia o, altrimenti detto, sulla relazione tra uomo e ambiente.

La teoria dei servizi ecosistemici è una disciplina economica emersa negli anni ’90 con l’obbiettivo di connettere economia, ecologia e risorse naturali in un’unica interdisciplina, ai fini di preservare i sistemi naturali quali fornitori di servizi per il benessero umano – depurazione dell’acqua, sequestro di anidride carbonica, produzione di cibo, di legno per costruzioni e altri servizi più immateriali come estetica, arte e cultura. Insomma, preservare la natura dovrebbe essere nel nostro interesse, anche in termini di sostenibilità economica (quella vera).

Una infografica dei servizi ecosistemici la trovate sotto, in relazione al benessere sociale e materiale che ne deriva per l’uomo.

Alcuni servizi sono in competizione tra loro (l’uso del legno come materiale da costruzione va contro il sequestro della CO2) e la conservazione di alcuni ecosistemi comporta sia servizi che disservizi (presevare una zona umida faciliterà la riproduzione di vettori di malattie, come le zanzare della malaria). Preservare un ecosistema contro un cambiamento può talvolta imporre grossi costi sulle comunità locali coinvolte. Sulla valutazione dei compromessi tra ecoservizi (o ecodisservizi) diversi entra in scena l’economia, con le sue competenze e strumenti. L’idea di base è abbastanza semplice: dal momento che il denaro è un linguaggio comune e di facile comprensione per esprimere e dirimere le competizioni nella società moderna, si calcola il valore dei servizi generati da un dato ecosistema in un determinato scenario di utilizzo e lo si confronta con le alternative per scegliere il caso più vantaggioso. In altre parole, si tratta di fare un’analisi costi-benefici attraverso una metolodogia abbastanza simile a quella del Life-Cycle Assessment (LCA) praticata da oltre 20 anni per le valutazioni ambientali e dotata di metodi tutto sommato standard.

Assegnare un valore monetario ai servizi ecosistemici, tuttavia, non è semplice come appare. Per alcuni servizi, in particolare quelli della categoria provisioning (cibo, acqua, carburanti) è possibile rifarsi ai relativi prezzi di mercato, che ne riflettono il valore per le persone. La maggior parte dei servizi, tuttavia, non sono prezzati su alcun mercato e il loro valore deve essere derivato altrimenti. Per questi ultimi si distinguono due grandi categorie: in alcuni casi il valore si può ricavare indirettamente, in teoria, dal prezzo di mercato dei beni i cui attributi dipendono da tali servizi ecosistemici. Ad esempio, è possibile confrontare i prezzi degli immobili in aree diverse e stimare il valore dato alla vicinanza a diversi ecosistemi. Per gli altri si devono invece costruire dei mercati ipotetici, per esempio chiedendo alle persone quanto sarebbero disposti a pagare per la tutela/valorizzazione di un dato ecosistema (un bosco, una valle, eccetera). Il problema è che non tutti gli ecosistemi sono oggetti di scambio – la conditio sine qua non per l’analisi economica – e, come tali, i servizi che essi provvedono non possono essere contabilizzati in dollari, euro, yen o quel che vi pare. Un esempio ovvio sono i luoghi sacri. Un luogo sacro non ha alcun potenziale sostituto, non può essere scambiato e quindi non può avere un valore economico. Questo è il grande problema non solo dell’economia ecologica ma anche dello stato stazionario di Herman Daly, decrescisti, neo-malthusiani, Club di Roma e canea cantante. Con cosa si dovrebbe rimpiazzare una risorsa non rimpiazzabile? Con cosa è lecito rimpiazzare una risorsa non rinnovabile? E quali sono le risorse non rimpiazzabili? Dovendo scegliere, sarebbe preferibile emettere CO2/NOx o scaricare in mare solfato di potassio? E perchè?

Un altro problema dell’economia ecologica è che è il sistema dei valori umani che determina il prezzo è comunque troppo semplicistico rispetto alla complessità dei sistemi naturali. Il che introduce pregiudizi e incertezze di ogni sorta nella valutazione del valore economico e ecologico, rendendo di fatto inutile l’analisi economica. Quanto dovrebbe valere un delfino, o quale dovrebbe essere un sostituto acconcio per lo stesso delfino nella biodiversità dell’ecosistema marino e planetario? E come si può chiedere alle persone di quantificare le preferenze per gli ecoservizi quando i loro effetti sulla complessità della biosfera non sono compresi appieno nemmeno da chi studia la materia da decenni? Questo tralasciando il fatto che le problematiche standard dell’economia – equità, accordo sulla metodologia, doppio conteggio di alcune variabili, vincoli psicologici, potenziale irreversibilità di alcuni cambiamenti – sono spesso derubricate a questioni di secondaria importanza. La risposta comune degli economisti ecologici a queste critiche è che i problemi sono noti ma: a) non ci sono mezzi migliori per affrontare il degrado degli ecosistemi e b) il processo di assegnazione del valore è comunque più importante del numero che esce in fondo, come nell’approccio economico mainstream. Insomma, un numero, per quanto dibattibile – e tutti i numeri lo sono – è comunque meglio di nessun numero. Parafrasando una famosa espressione di Churchill sulla democrazia: l’approccio economico è male, ma non ho niente di meglio da offrire. Davvero un numero, anche dibattibile, è meglio di nessun numero, come fecero quelli del Club di Roma pubblicando anzitempo i numeri de I Limiti della Crescita, ampiamenti dibattibili? Personalmente non sono sicuro lo sia.

Si può davvero assegnare un valore monetario alla natura? Di nuovo, non lo so. Certo è che senza un approccio condiviso al trattamento delle risorse naturali e degli ecosistemi ben difficilmente l’economia ecologica, lo stato stazionario e o un qualsiavogia cambio di paradigma in favore della sostenibilità ambientale diverranno mai operativi.

7 Responses to Il valore dell’ecologia

  1. Misterkappa scrive:

    Bel post, mi piace! :)

  2. alex scrive:

    Quando durante la specializzazione (in gestione delle risorse ambientali) il docente ci introdusse all’ economia ecologica ce la presentò con questa frase: “adesso parliamo di qualcosa che é completamente inutile ma che nel futuro causerà non pochi problemi alle vostre decisioni in qualità di chimici ambientali”.
    Era il 1997, ed aveva pienamente ragione secondo me.
    L’ economia ecologica tenta (leggasi: pretende) di dipingere scenari sui quali basare decisioni per il futuro, ma lo fa con strumenti incapaci di valorizzare correttamente le variabili coinvolte. Alcune variabili, come fa notare giustamente l’ articolo, non sono per loro natura valorizzabili, e spesso vengono lasciate fuori dal conto. E in sostanza questo esercizio di previsione si mostra completamente insensato per un motivo fondamentale: persone diverse hanno priorità diverse e paradigmi diversi, e ciò che per alcuni é economico o interessante dal punto di vista societario-ecologico non lo é per altri. Decisioni prese in base a questi modelli sono comunque imposizioni per qualcuno, e ciò fa sì che non si raggiunga lo scopo principale: la soddisfazione dell’ nel proprio ambiente.

  3. Augusto Salzani scrive:

    Complimenti Filippo, molto bello e stimolante: la questione è intrigante e senz’altro merita discussione.
    Il principio che un qualcosa abbia valore economico riconoscibile solo se esiste scambio è senz’altro vero, ma non sempre! Lo hai dimostrato anche tu.
    Detto ciò, tentare la valorizzazione con le tecniche “classiche” dell’economia la vedo dura, se non impossibile.
    Forse potremmo girare la frittata e domandarci quale valore avremmo senza comportamenti anti ecologici: il valore del danno ambientale non è solo il costo per riparare ma l’effetto a seguire su tutte le parti interessate…

    • Filippo Zuliani scrive:

      Grazie per i complimenti. Sulla questione che poni, rigirare le frittata, secondo me non funzionerebbe perche’ si finirebbe nel problema speculare. Secondo me se ne esce solo rispondendo alla seguente domanda: quali sono le risorse naturali non rimpiazzabili? e come andrebbero trattate? Perche’ stringi stringi, al netto dei miglioramenti dell’efficienza dei processi singoli, la dematerializzazione dell’economia e’ un problema mal posto. Ieri gli studi ingegneristi disegnavano centanaia di progetti su carta, oggi lo fanno su CAD. In pratica, al posto di carta, matita e righelli oggi si usa il supporto digitale. La dematerializzazione dell’economia e’ un intricatissimo scambio di materiali diversi i cui flussi raramente possono essere comparati direttamente. Ad esempio, e’ meglio usare carta o digitale per fare un progetto? La carta viene dal legno mentre il digitale usa materiali per elettronica e elettricita’ della rete. Certo e’ possibile fare degli LCA sul contenuto energetico ma come si fa a paragonare la scarsita’ dei materiali della filiera della carta con quella digitale quando i materiali sono diversi? Insomma, passare dalla carta al CAD ha reso le operazioni di disegno certamente piu’ efficienti, ma e’ stato un bene o un male in termini di scarsita’ dei materiali? E se non si puo’ disaggregare, come si fa a ottimizzarne l’uso in questo o quel settore in relazione alla scarsita’ totale?

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