Crescita e progresso tecnologico

Una delle ragioni per cui la crescita è una condizione imprescindibile per l’economia produttivista moderna è quella che passa sotto il nome di produttività totale dei fattori (TFP, Total Factor Productivity). Il TFP è forse la parte più importante del modello della crescita economica infinita di Robert Solow, per il quale il nostro ricevette il Premio Nobel nel 1987. Del modello di Solow su questo blog si è già parlato tempo fa, in specifico della relazione tra crescita economica e EROEI decrescente delle fonti fossili. Il TFP, o residuo di Solow che dir si voglia, è la parte della crescita economica che non può essere spiegata dai cambiamenti dei fattori “capitale” e “lavoro”. Altrimenti detto, il TFP è ciò che rimane quando si sottraggono gli aumenti dei fattori produttivi (più risorse naturali, più capitale, più lavoro) dalla crescita del PIL ed è, a tutti gli effetti, il risultato del progresso tecnologico. Una tema ricorrente caro tra decrescisti e picchisti è l’effetto pernicioso della crescita economica sugli ecosistemi naturali, con conseguente invito a spegnere tutto e fermare la crescita. Ma è davvero possibile smettere di crescere?

Il TFP, o progresso tecnologico, è quella cosa che riduce capitale, lavoro e risorse naturali necessari alla produzione di beni. Non sorprende allora che l’economia moderna, che tratta essenzialmente di aumenti dell’efficienza, sia tutta incentrata sul TFP e su come ottenere dalla società il massimo stimolo per il progresso tecnologico (la competizione, ad esempio). Siccome il TFP è sempre in aumento, va da sé che la produzione e quindi anche il consumo devono aumentare a un ritmo acconcio se l’occupazione vuole rimanere costante. La crescita inesorabile del TFP combinata con una stagnazione dei consumi condurrebbe infatti a un aumento della disoccupazione. Questo è il semplice motivo per cui nel sistema economico moderno non v’è spazio per la decrescita. Crescere o morire, diciamo. Checché ne dicano i decrescisti.

Ora, la crescita della produttività è un processo che essenzialmente accade e basta. Il TFP è infatti un riflesso della capacità umana di imparare e fare le cose meglio, più efficienti, più facili e accessibili. Difficile immaginare che sia possibile interrompere la creatività umana a comando. Il problema è che ogni aumento di efficienza comporta un aumento di produttività e costituisce di per sè un dilemma: diventare più efficienti significa diventare più produttivi e aver dunque bisogno di meno risorse e lavoro per produrre la stessa quantità di beni. Se non vogliamo che il tasso di disoccupazione aumenti le opzioni per assorbire questo effetto si riducono essenzialmente a due: produrre più beni o ridurre le ore lavorative medie. Per molti critici della crescita economica della cornice produttivista moderna la risposta è scontata: ridurre l’orario di lavoro fino a un livello più piacevole di quello attuale e utilizzare il tempo libero per attività sociali o personali. Ora, la storia insegna che la riduzione dell’orario di lavoro a zero non è socialmente desiderabile per il valore intrinseco che il lavoro fornisce alla maggior parte degli esseri umani – si vedano, ad esempio, i disastrosi effetti sociali delle politiche di sussidi ad libitum in Venezuela. Supponiamo allora che esista una quantità di ore lavorative settimanali che si definisce ottimale. L’aumento inesorabile della produttività grazie al progresso tecnologico presto o tardi porterà il raggiungimento del livello ottimale di cui sopra. Cosa si dovrebbe fare ad un ulteriore aumento della produttività? Non si vuole produrre di più ma non si vuole nemmeno lavorare meno ore. Insomma, nel momento in cui le riduzioni dell’orario di lavoro avranno assorbito tutta la crescita della produttività, cosa bisognerebbe fare?

Decrescisti, picchisti o seguaci dello stato stazionario ahimè non sanno o possono fornire una risposta a questo cul-de-sac formidabile. E’ davvero possibile fermare la creatività umana? La storia ci insegna di secoli dove progresso e creatività non era proprio bene accette. Qualche secolo or sono era pratica comune bruciare sui roghi persone creative che oggi verrebbero insignite di Premi Nobel. Risvolti sociali a parte, nell’economia moderna la creatività è stimolata dalla ricompensa economica che ne consegue. Volendo indebolire la dinamica di crescita per la creatività umana senza roghi e forconi, basterebbe rompere i meccanismi che premiano economicamente la creatività. Un esempio è quello di abolire le leggi sui brevetti: se i benefici possono essere ottenuti da tutti senza ricompensa per l’inventore, molte invenzioni semplicemente non avrebbero mai visto la luce. Il punto è se interrompere o smorzare la dinamica di crescita per la creatività umana sia davvero desiderabile. Possiamo fare a meno dell’innovazione per creare una società sostenibile? Ci saranno soluzioni alle sfide sull’energia pulita, versatile e accessibile in assenza di nuove invenzioni? Se no, come incanalare la creatività umana nella creazione di soluzioni sostenibili?

27 Responses to Crescita e progresso tecnologico

  1. Jacopo Simonetta scrive:

    E’ sempre un grande piacere trovare qualcuno che argomenta in modo intelligente da un punto di vista direttamente opposto al mio. Mi congratulo quindi per l’articolo che citerò nel prossimo che scriverò io per “Effetto risorse”. Come risposta, direi che il discorso fila, ma ci sono altri elementi di cui tener conto. Ne cito solo uno: anche l’accumulo di informazione comporta una dissipazione di energia (v. Shannon). Ammettendo per ipotesi che il TFP consenta di il rifornimento di energia a tempo molto lungo od anche indeterminato, chi si becca l’entropia risultante?
    Jacopo Simonetta

    • Filippo Zuliani scrive:

      Grazie per i complimenti, ma non ho capito. Potresti rispiegarlo meglio? A che entropia ti riferisci?

      • Jacopo Simonetta scrive:

        Di entropia, per quanto ne so io, ce n’è una sola: quella che risulta dalla dissipazione dell’energia. Nel mio commento mi riferisco al fatto che C. Shannon ha dimostrato che esiste una correlazione inversa molto precisa fra entropia ed informazione. Vale a dire che per aumentare l’informazione all’interno di una parte del sistema, occorre aumentare contemporaneamente l’entropia in altre parti del medesimo sistema, oppure in altri sistemi. Detto così appare abbastanza neutro, ma se di entropia ne esiste una sola, esistono invece molti diversi modi con cui il suo aumento si manifesta. Per citarne solo uno, il Global Warming è una complicata questione di entropia.
        Sto scrivendo un post per il blog “Effetto Risorse” proprio su questo argomento, se interessa, comunicherò quando esce.
        Jacopo

      • Filippo Zuliani scrive:

        Le definizioni di entropia termodinamica sono molteplici, da quella classica che fa riferimento ai trasferimenti di calore a quella microscopica come logaritmo della funzione di partizione (il cosiddetto “disordine”). Non mi e’ ancora chiaro a che tipo di sistemi ti riferisci tu. Mi sapresti linkare il paper di Shannon cui ti riferisci, cosi’ me lo legge per tempo?

      • Jacopo Simonetta scrive:

        Posso proporti due libri che ho trovato molto interessanti sull’argomento del contendere?
        “The power of the machine” di Alf Hornborg
        “Thermodynamique de l’évolution” di François Roddier
        La questione vi è affrontata nel suo complesso.
        Già che ci sono approfitto per chiedere quali sarebbero le previsioni sbagliate in LTG? A parte che si trattava dichiaratamente di un insieme di scenari possibili e non di previsioni. L’unica previsione che si poteva estrarre dallo scenario BAU era che fra il 2000 ed il 2010 sarebbe iniziata una crisi economica globale che non sarebbe finita mai più, aggravandovi via via, fino a diventare catastrofica fra il 2020 ed il 2030. Tutta la questione è quindi se la crisi attuale si risolverà o peggiorerà. Basta aspettare e vedere. Io posso solo dire che che penso che avesse ragione Meadows, ma spero che avesse ragione Solow.

      • Filippo Zuliani scrive:

        Il post con l’analisi delle curve caratteristiche del modello World3 lo trovi qui. I problemi sono molti. Ad esempio, nell’LTG, come nel modello di Hubbert, tutta la dinamica di mercato si rivolve nell’offerta e nei suoi vincoli geologici. Non e’ cosi’, come abbondamentemente provato da molti papers e dalla pratica comune. La crisi economica attuale, ad esempio, e’ una crisi di domanda, che e’ un’altra cosa. Gli effetti sull’economia sono ben diversi da una crisi di offerta. Poi, le previsioni della curva caratteristica demografica del LTG sono sconfessate dai fatti e, come gia’ fatto notare da Vaclav Smil, estrapolare trend omogenei da aggregati disomogenei e’ matematicamente errato. Sulle conclusioni: che le risorse finibili siano destinate un giorno a finire e’ ovvio per definizione, ma senza una predizione del quando e’ come dire che un giorno tutti dobbiamo morire. Da una conclusione cosi’ generica, per quanto certamente esatta, io e un bonzo tibetano traiamo indicazioni molto diverse e non esaustive di alcunche’ su come vivere la nostra vita in termini di risorse (tempo, denaro, creativita’, consumo, eccetera). Detto questo chiudo qui lo scambio perche’ LTG non e’ l’argomento di questo post. Grazie della segnalazione dei libri. Esiste una traduzione in inglese del libro di F. Roddier?

  2. Massimiliano Rupalti scrive:

    Ma mi viene da dire che sì, è sicuramente vero che non c’è spazio per la decrescita nel ‘sistema economico moderno’, ma non c’è spazio per il sistema economico moderno nella biosfera. Mi pare che le conseguenze di questo siano inevitabili. Checché ne dicano ‘crescisti’. La creatività umana non è una funzione della crescita (né della decrescita), ma del meme culturale a cui fa riferimento. Se cambia il meme, non sparisce la creatività, viene solo indirizzata ad uno scopo diverso. Nessuno ha mai parlato di fermare la creatività umana, ma di cambiare il meme. Se non lo facciamo, lo fa la biosfera per noi. No prob. Ma non sarà affatto piacevole…

    • Filippo Zuliani scrive:

      Potrei anche essere d’accordo a cambiare il meme, ma devi spiegare in cosa. Insomma, il bene col miglior impatto ambientale e’ il bene che non e’ mai stato prodotto. L’alternativa quale sarebbe? Il nichilismo di massa? Le risorse naturali non sono tutte rinnovabili (es. minerali).

      • Massimiliano Rupalti scrive:

        be’, visto che le risorse non sono tutte rinnovabili (in realtà tutte sono parzialmente rinnovabili, a seconda della scala temporale e del tasso di consumo; ciò rende, oggi, molte risorse rinnovabili in teoria, non rinnovabili nella pratica). In realtà non sappiamo quale sia il meme giusto per affrontare la grande Transizione che ci aspetta. Se ne può parlare, rimanendo però il più possibile in contatto con la realtà fisica del mondo.

        E se vogliamo fare questo, temo che la crescita sia esclusa a priori, per semplici ragioni aritmetiche (https://www.youtube.com/watch?v=DYEo4ESMkAk – Albert Bartlett).

        Anch’io credo nella grande creatività degli esseri umani e credo che questa possa essere messa a servizio di un’organizzazione sociale che sia compatibile con la biosfera. Quando si sanno certe cose, inevitabilmente il meme cambia (così come è successo a me) e si può passare ad impiegare la propria creatività per favorire la resilienza del sistema in cui si vive.

        Per il momento, credo che questa creatività debba essere messa al servizio di questo scopo. Questo è quello che mi sento di dire adesso, per come vedo le cose ora. Ma mantenere la giusta flessibilità e fluidità nei confronti degli sviluppi del mondo è vitale per conservare la propria resilienza.

        P. S. Il nichilismo è un ostacolo all’accettazione. Ciò di cui abbiamo più bisogno (non solo per cambiare il meme, ma per fare qualcosa di sistemicamente sensato per salvarci) è di riconoscere ed accettare i limiti che, in via del tutto eccezionale e grazie ai combustibili fossili, ci siamo abituati a superare negli ultimi 200 anni.

        Saluti

      • Filippo Zuliani scrive:

        Le argomentazioni di Bartlett sull’impossibilita’ della crescita esponenziale sono riprese paro paro da The Limits to Growth. Roba sconfessata da 30 anni. Poi, noto che, di nuovo, alla domanda finale del post – come incanalare la creatività umana nella creazione di soluzioni sostenibili? – non hai saputo fornire risposta concreta.

  3. Massimiliano Rupalti scrive:

    Se vogliamo discutere, discutiamo, se vogliamo rimanere dove siamo, there’s no point to do that. Chi ha sconfessato cosa? I 33 rapporti successivi al Club di Roma hanno confermato e dettagliato ulteriormente lo studio originale dei LTG. Ci sono nel mondo ormai migliaia di studi peer reviewed che vanno dal clima alla biodiversità alla sociologia alla demografia al suolo, all’acqua, eccetera, eccetera, eccetera, che confermano (a volte in difetto, ma a volte anche in eccesso) quello studio originario. Tutto quello che è stato previsto nello scenario “caso base” si sta verificando come se fosse stato scritto da un contemporaneo. Dov’è la sconfessione dei LTG? Solo gli economisti e i politici lo ‘sconfessano’, semplicemente negandolo.

    Vuoi risposte concrete? Mi spiace, non ci sono. Ne ho solo una: smettete di fare danni con la crescita. Poi cominciamo a vedere cosa si può fare. Altrimenti sai qual è la risposta? Collasso della civiltà umana (se ci va bene) ed estinzione di massa (se ci va male).

    Non so se è una risposta concreta, ma io da qualche anno faccio parte di quella che ne rappresenta sicuramente una parte importante: le Città di Transizione. Se vuoi ne parliamo, ma è un discorso davvero lungo. Le risposte le stiamo cercando, faticando (ma anche divertendoci), sperimentando e creando strumenti che ci permettano di attraversare il guado. La chiave? Un cambiamento di paradigma. Abbiamo scoperto che ci sono modi più soddisfacenti di stare insieme e di gestire le risorse che abbiamo che non consumare e distruggere. Ed è un modo più soddisfacente soprattutto per la qualità delle relazioni.

    Nell’approccio di Transizione viene dato un altissimo valore alla creatività dei singoli individui ma, soprattutto, alla creatività collettiva, che è molto più potente e molto più focalizzata al benessere delle comunità che al soddisfacimento dei proprio vezzi personali.

    P.S. Bartlett non fornisce ‘argomentazioni’ (così come non ne forniva LTG), ma numeri. Ora, per smentire dei numeri ce ne vogliono degli altri più convincenti. Voi economisti dovete cominciare a fornire numeri fisici, se volete ‘sconfessare’ i ‘picchisti, decrescisti, economisti dello stato stazionario’, non numeri economici, che sono un sottosistema di quelli fisici, non il contrario. Sono sicuro che non ha mai letto né LTG né hai mai guardato il video di Bartlett. Se lo hai fatto, ti assicuro che non li hai capiti.

    Bye

    • Filippo Zuliani scrive:

      Non si adonti, Rupalti. Il trattato di LTG l’ho letto (e commentato) e il video l’ho visto. Quello che io ho capito o meno non sta a lei dirlo. Di formazione non sono economista ma fisico e ingegnere, oltre ad aver fatto un PostDoc in chimica, e i numeri fisici, quantici o moduli macroscopici, li maneggio con discreta familiarità. Abbastanza per evitare sparate tipo che i numeri economici sarebbero un sottoinsieme di quelli fisici, cosa palesemente non vera. Quanto ai migliaia di studi peer reviewed che proverebbero che LTG ci ha visto basterebbe alzare gli occhi per constatare che 1) ve ne sono assai meno, 2) sono scritti sempre dalla stessa platea che si cita da sola, 3) vi sono moltissimi altri studi che hanno ripetutamente evidenziato l’inadeguatezza della conclusioni del LTG. Se vuole qualche parere piu’ autorevole del mio, le consiglio di leggere qualche libro dalla bibliografia di Vaclav Smil. Da decenni il decano dell’energia ha parole poco encomiabili sull’LTG e i suoi libri contengono studi valevoli su energia, materie prime, produzione industriale e biosfera.

      Poi, l’approccio di Transition Towns e’ interessante, anche se le misure per molti versi ricalcano misure di efficienza note (riciclo) o meno praticate (riparazione) o dibattibili (cibo a km 0). Non mi e’ chiaro come l’uso di una moneta alternativa a quella nazionale funzioni negli scambi col resto del mondo. Non ho capito pero’ cosa intende con creatività collettiva, e come questa si distingua dalla creatività individuale. Si riferisce forse a approccio e misure della sharing economy?

      • Massimiliano Rupalti scrive:

        Non mi adonto, e non è necessario passare al ‘lei’. Mi scuso per averti definito un economista, ma le cose che hai scritto sono tipiche degli economisti. Mi è però evidente che non è dai commenti di un post che si possono affrontare argomenti così complessi. Questo strumento favorisce il cherry picking ed è facile dimostrare tutto e il contrario di tutto a suon di link e citazioni (da entrambi i lati). Ma così non si va da nessuna parte e non si rende un buon servizio alla realtà e alla sua ricerca (e magari ad altri che vogliono capire). Per fortuna, c’è già chi lo fa attraverso il metodo scientifico ed io cerco di affidarmi alle loro scoperte/considerazioni/conclusioni.

        Da quanto dici sulle CdT, la tua visione mi sembra molto parziale e temo che se ti spiegassi meglio il processo, non lo troveresti più interessante. Niente di eccezionale, anche chi vi si interessa direttamente a volte non la capisce (ed io stesso non pretendo certo di aver capito tutto). Mi piacerebbe un giorno discuterne a voce, magari, o comunque in un contesto diverso da questo. Sono certo che ne verrebbe fuori uno scambio proficuo. Ma è evidente che la tua visione del mondo e la tua interpretazione dei dati scientifici non è in sintonia con quell’approccio.

        C’è solo una cosa che mi sento di aggiungere a questo scambio epistolare. La realtà è una cosa che sfugge, è complessa, ci sono tante variabili, dinamiche controintuitive, proprietà emergenti e, in generale, cose sorprendenti; potrei sbagliare io (e quelli che la leggono in modo analogo al mio), potresti sbagliare tu (e chi la vede come te). La differenza è che se hai ragione tu, avremo solo costruito una società diversa (e magari molto migliore), ma se ho ragione io e non facciamo niente, siamo fregati.

        Non so tu, ma io questa responsabilità non me la prenderei. Preferisco costruire il rifugio, renderlo comodo, caldo ed accogliente. E mi premuro del fatto che chi mi sta intorno abbia un rifugio analogo. Se poi il diluvio non arriva, non avrò comunque fatto nulla di cui pentirmi. E sono anche abbastanza sicuro che la vita sarebbe più soddisfacente. Perché, diciamocelo, la vita nel sistema economico moderno fa abbastanza schifo (saranno i ritorni decrescenti della complessità come dice Tainter?).

        Buon lavoro. Bye

      • Filippo Zuliani scrive:

        No probs, grazie della risposta. Volentieri per lo scambio sulle CdT, quando sono di passaggio in Italia. Pero’ c’e’ un equivoco sul contenuto di questo post: qui non si dice che la creativita’ umana e il progresso tecnologico salveranno il mondo. Qui si dice che il progresso tecnologico accade e bon. Il punto dunque non e’ fermare le macchine e spegnere tutto, perche’ il progresso e la creativita’ umane semplicemente non possono essere fermato. Va invece trovato il modo di incanalarle in direzione sostenibile.

        Poi, molte delle tue perplessità sono anche mie e le preoccupazioni non mancano. Pero’ costruire un bunker per paura dell’apocalisse non e’ il modo migliore di affrontare le difficolta’ e costruire una societa’ diversa.

      • Giorgio Mastrorocco scrive:

        Certo, LTG è criticabile, utilizzando un modello estremamente semplificato di una realtà complessa, è discutibile.
        Innanzitutto però vorrei ricordare che il suo scopo non era prevedere il futuro, ma cercare di capire le dinamiche del sistema nel suo complesso per dare degli indirizzi positivi.
        Infatti presentava diversi scenari -indice che non prevedeva un futuro, ma diverse possibilità di futuro-, tra cui quelli che non portavano al collasso.

        Da 40 anni viene criticato e tutte le volte si dice che le previsioni erano completamente sbagliate, che non teneva conto del progresso tecnologico e dell’ingegno umano (ad esempio in questo documentario RAI del 1988 secondo cui all’epoca il consumo di petrolio e di carbone erano ormai in declino: http://youtu.be/h0O4q4vdLcs).

        Nelle critiche si citano esempi, sempre parziali e mai GLOBALI, in cui alla crescita economica non corrisponderebbe una aumento di consumo di risorse e inquinamento.

        Resta il fatto che il consumo di carbone, petrolio, gas e innumerevoli materie prime è oggi al livello massimo della storia e ancora in crescita, esattamente come ci si aspetta che sia prima di un collasso.

        Alcune nazioni hanno diminuito l’accoppiamento del PIL dal consumo di energia e risorse semplicemente perché hanno delegato ad altri le produzioni pesanti (si veda la produzione di acciaio mondiale http://www.worldsteel.org/dms/internetDocumentList/statistics-archive/production-archive/steel-archive/steel-annually/steel-annually-1980-2013/document/steel%20annually%201980-2013.pdf).
        I numeri GLOBALI sono sempre in crescita.

        La popolazione mondiale è ai livelli più alti della storia e in crescita, anche se la crescita sta rallentando. Tra l’altro, sebbene ci siano milioni di persone nei paesi emergenti che stanno migliorando le condizioni economiche, vi sono altri milioni che stanno scivolando nella miseria estrema e nella fame.

        Innumerevoli risorse naturali rinnovabili sono sotto stress e non vi sono segnali di miglioramento, dall’acqua potabile agli stock ittici.

        Sul lato dell’inquinamento persistente globale non mi pare che vada meglio, ad iniziare dalla concentrazione di CO2 alla base dei cambiamenti climatici.

        Insomma prima di liquidare LTG come roba da buttare, mi guarderei intorno.

        Se quel modello è completamente sbagliato, vorrei sapere quale sarebbe un modello più adeguato che spiega i trend attuali (non quelli che proiettano per i prossimi 10 anni quello che è successo negli ultimi10).
        Vorrei anche sapere, se è ovvio che la crescita economica possa essere dissociata dal consumo di risorse e che abbiamo di fronte un futuro radioso, come mai questo ancora non si è visto a livello GLOBALE.

        Localmente molte cose sono possibili, come trasferire calore da un corpo più freddo ad uno più caldo. Globalmente no.

        Grazie

        PS
        Ho letto un paper in cui Vaclav Smil “critica” LTG (http://vaclavsmil.com/wp-content/uploads/docs/smil-article-2005-pdr2005-1.pdf), ma al di là di uno sfogo personale in cui esprime la sua antipatia per gli autori dello studio, non ho trovato elementi significativi.
        Dove siamo oggi in termini di popolazione globale, produzione industriale, inquinamento, consumo di risorse? Su una traiettoria stabile o in crescita esponenziale? Come si rapportano i dati reali GLOBALI rispetto agli scenari di LTG? Ci sono traiettorie completamente differenti e rassicuranti? Quali?

      • Filippo Zuliani scrive:

        Io ormai ci ho fatto il callo: ogni volta che si nomina LTG si scatena la discussione, rigorosamente offtopic. Su LTG questo blog ha gia’ dato e non ha intenzione di ripetersi. Valida l’osservazione sulla delocalizzazione della produzione di acciaio, grazie, ma la prenderei con cautela – la produzione mondiale e’ praticamente piatta tra gli anni 80 e 90, al contrario della crescita del PIL. Sui fondamentali della dematerializzazione dell’economia ho scritto questo, cui conto di dare un seguito al piu’ presto. Un’analisi dei trend mondiali su materie prime e materiali nella cornice produttivista moderna si trova appunto sull’ultimo libro di Vaclav Smil, Making the modern World, che consiglio caldamente. Ivi Vaclav conclude che non v’e’ carenza di materie prime, petrolio incluso, ne’ ora ne’ per i prossimi 60 anni, oltre a scavare piu’ a fondo sui (barbosi) fondamentali dell’affidabilita’ di serie storiche e database mondiali per le stime globali (PIL soprattutto, coi noti problemi del PPP, oltre al fatto che davvero qualcuno crede alle statistiche governative cinesi o venezuelane?). A vati e aruspici previsioni piu’ a lungo termine. Ah, nel suo “sfogo personale” Vaclav consiglia agli amanti delle predizioni catastrofiche di LTG di leggere la parte acconcia delle Bibbia. Fai te. Numerosissime critiche alla metodologia di LTG – il ben noto problema della disomogeneita’ degli aggregati, ad esempio, ma non solo – e sulla sua dubbia utilità per trarre conclusioni di valore si trovano un po’ dappertutto sulla sua bibliografia, per chi la vuole leggere.

        Ultimo punto, un modello (economico) di crescita realmente sostenibile: su questo ben noto dilemma l’intera comunita’ scientifica dibatte di decenni, ancora senza soluzione condivisa. A parere di chi scrive l’integrazione dei servizi ecosistemici nell’economia standard e’ forse la miglior soluzione a breve termine, intanto che ci mettiamo in pari con la trattazione del valore per LCA e Consistenza, per i quali ci vorra’ ancora tempo. Previsioni di catastrofi imminenti e inviti a spegnere il mondo converrai che servono davvero a poco.

        Ora pregasi commentare in tema sull’argomento del post. Grazie.

      • Jacopo Simonetta scrive:

        Se Meadows e soci (e continuatori) avessero visto giusto o sbagliato credo che sia una discussione del tutto inutile. Oramai basta aspettare ancora un poco “e vedere di nascosto l’effetto che fa” (per citare una canzonetta dei miei tempi).
        Se hanno ragione loro, la crisi attuale non è che una fase iniziale del graduale ed irreversibile collasso del sistema economico globale. Se invece hanno ragione Solow e soci (e continuatori), è una fase transitoria e la crescita economica riprenderà la sua marcia trionfale. Non guastiamoci il sangue: da entrambi i punti di vista fra 10, massimo 20 anni il mondo sarà molto diverso da come è oggi. Stiamo a vedere diverso come.
        Io, personalmente, sarei più contento se avesse ragione Solow, ma sono convinto del contrario.

  4. Giak scrive:

    La creatività umana aumenta, questo è indubbio, ma i limiti non sono solo quelli posti alla creatività. Il ciclo delle stagioni (per ottenre un raccolto), i 9 mesi della gestazione, la stagionatura del Grana, citando a casaccio. Non so perché, ma “sento” che la crescita infinita non sta in piedi, non regge sul lungo periodo. A meno che la crescita non si orienti verso un modo diverso di fare le cose. Il mio problema, guardando il mondo oggi, non è QUANTA energia consumiamo ma COME la consumiamo :) Mi sembra assurdo, davvero, avere la libertà di muoversi con un’automobile privata se poi la uso per passare la domenica in un centro commerciale. Avere cibo a disposizione, finalmente!, dopo migliaia di anni di fame e … morire di diabete e obesità.
    Sono riflessioni filosofiche, più che pratiche e pragmatiche come quelle del tuo post, ma in qualche modo sono collegate.
    Grazie comunque, per le riflessioni e soprattutto per il modo di esporle e ragionarci sopra …

    • Jacopo Simonetta scrive:

      Alcune risposte a queste molto sensate domande le trovi, secondo me, su altri siti. Mi permetto di reclamizzare qui il blog “Effetto Risorse” che scrive spesso su questi argomenti. In Italiano è, a mio avviso, uno dei più seri.

  5. Robo scrive:

    Dottor Zuliani. Mi permetto di intervenire nella discussione. Io ho una preparazione medica di medio-basso livello e non sono in grado di fare valutazioni nel merito della validità di un modello né sulla correttezza delle formalizzazioni matematiche che lo sottendono. Ho accettato sinteticamente talune conseguenze del pensiero post-picchista in generale perché mi parevano rispondere a istanze di plausibilità. Così come il discorso dell’EROEI e della deplezione delle risorse sfruttabili mi é parso assolutamente coerente dal punto di vista fisico (e anche verificabile) con la descrizione della realtà. Leggendola mi é parso di capire che lei stesso valuta come insostenibile nel lungo periodo l’attuale sistema produttivo (propenderebbe mi pare per una sorta di stato stazionario), lamenta un’assenza delle questioni inerenti l’EROEI nelle teorie economiche mainstream, non ritiene (parimenti ai post-picchisti) l’energia una merce assimilabile alle altre. La differenza tra lei e i post-picchisti finisce per determinarsi nella prova provata di un fallimento del modello di Solow e di una reale validità predittiva dell’LTG; inoltre l’altro argomento principe é l’appartenenza della sfera economica nella sfera fisica per i post-picchisti piuttosto che una intersecazione delle 2 nella visione di lei ed altri. Da ignorante le chiedo, senza malizia, solo nel mio sforzo di capire: un modello si valuta sulla capacità predittiva se non erro; senza negare che quello di Solow non abbia dato prova di ció, non trova che ci siano, nella complessità degli eventi, delle evidenze predittive della visione post-picchista? (tenuto conto che una correlazione in ambiti tanto articolati immagino sia difficile da attribuire con certezza). Poi, forse sarò forzato in tale percezione dai miei trascorsi, ma non crede che una sfera fisica contenga per logica quella economica? La seconda é socio-culturale e si muove dentro un teatro costituito (materialmente) dalla prima. Che ne dice? Grazie e saluti.

    • Filippo Zuliani scrive:

      Ciao Roberto, grazie dell’intervento. La risposta alle domande che poni nel tuo (ottimo) riassunto in poche ma efficaci righe e’ tutt’altro che semplice. Provo qui a rispondere sinteticamente, toccando i punti che sollevi.
      1) Che il sistema economico attuale sia insostenibile nel lungo termine e’ evidente a chiunque abbia occhi per guardare. Il che pero’ non vuol dire che l’intero sistema economico moderno sia inconsistente o sbagliato, come da vulgata picchista. A meno di non credere che 150 anni di scienze economiche moderne siano stati partoriti da 150 anni di cialtroni prezzolati. Criticare le conclusioni di un intero sistema di pensiero – l’economia moderna – senza conoscerne nemmeno i fondamentali non e’ scienza. E’ arroganza, cieca e ignorante.
      2) il modello di Solow non mi risulta abbia fallito in quel che si prefigge, predirre la crescita economica per effetto del progresso tecnologico. I risultati dell’economia mondiale degli ultimi 30 anni ne sono la dimostrazione plastica. La mia impressione e’ che al modello di Solow manchi un pezzo, e che sia sottostimato il ruolo del capitale naturale (materie prime, rinnovabili e meno, energetiche e meno) nella cornice fisica. Il che non vuol dire che l’intero impianto economico moderno sia erroreo e che vada buttato per intero, vuol dire che ha bisogno di essere integrato o, se vuoi, superato.
      3) sull’affidabilita’ dei modelli di scienze sociali (economia) vs scienze naturali (fisica, ingegneria, chimica) va fatta una precisazione a monte. Al contrario delle scienze naturali, l’economia non dispone di laboratori isolati dove testare le proprie ipotesi e se va male si butta via tutto per ricominciare. La ricerca economica usa i dati che il mondo reale offre agli economisti e null’altro. Un set di misure molto limitato e in condizioni tutt’altro che ideale. Non fa male ricordarlo quando si richiede maggior puntualita’ ai modelli economici.
      4) Sulle conclusioni dei picchisti, ripeto quanto scritto in un altro commento: che le risorse finibili siano destinate un giorno a finire e’ ovvio per definizione. Nessuno lo nega, nemmeno Solow – celebre un suo discorso in tal senso dopo il Nobel – ma senza una predizione del quando – domani, tra un anno, dieci anni, un secolo, boh? – e’ come dire che un giorno tutti dobbiamo morire. Da una conclusione cosi’ generica, per quanto certamente esatta, io e un bonzo tibetano traiamo indicazioni molto diverse e non conclusive di alcunche’ sul modo migliore di vivere la nostra vita in termini di tempo, denaro, creativita’, lavoro, eccetera.
      5) L’uomo in quanto entita’ fisica e’ contenuto nella sfera fisica e come tali le sue azioni. Da questo assunto alcuni derivano che la sfera economica debba necessariamente essere contenuta in quella fisica. Io non lo credo, per lo meno non nel momento in cui l’uomo assegna valori diversi a elementi diversi che lo circondano, siano essi reali e/o astratti. La trattazione del valore economico come brutale teoria delle merci gia’ ai tempi di Marx conteneva elementi astratti del valore (valore d’uso e valore di scambio) non necessariamente correlati direttamente al mondo fisico. L’arte e la religione, per fare solo due esempi ovvii, sfuggono al valore dei bruti limiti fisici. A meno di non credere che il valore di una tela presa a coltellate o di un libro con una croce sopra sia riconducibile all’EROEI o alla scarsita’ dei materiali impiegati o alle emissioni di CO2.
      6) Molte delle teorie economiche alternative all’impianto economico attuale – stato stazionario di H. Dely, Plan B di L. Brown, Decrescita di Latouche, eccetera – alla fine si rivelano teorie insoddisfacenti o financo inesatte, contenenti opacita’ e incongruenze non da poco. Il che non vuol dire che non contengano elementi di valore. Ma proporle come alternative solide al sistema economico moderno e’ un’altra cosa. Le preoccupazioni per la scarsita’ di risorse naturali, assieme alla sovrappopolazione, risalgono alla notte dei tempi e non sono cosa di oggi, anche senza un modello matematico di centinaia di equazioni differenziali accoppiate come LTG.
      7) come gia’ detto in un altro commento, la miglior soluzione a breve termine probabilmente consiste nell’integrare all’economia moderna i servizi ecosistemici. Intanto che ci mettiamo in pari con una trattazione del valore condivisa che includa elementi di LCA (EROEI, se vuoi) e Consistenza, la cui complessita’ teorica (e politica) temo richiedera’ ancora del tempo. Previsioni di catastrofi imminenti e inviti a spegnere il mondo senza saper offrire una alternativa solida – ho detto solida – e concreta – ho detto concreta – al sistema attuale a parer mio non servono a nulla.

      • Robo scrive:

        La ringrazio per la risposta dottore. Mi permetta di stressare alcuni concetti che ritengo decisivi per quanto mi riguarda. I modelli, sui quali non ho competenze valutative, se non erro, si misurano sulla descrizione della realtà (con tutti i limiti legati ad un sistema complesso anche solo da descrivere, immagino). Ora uno dei nodi della questione mi pare stia qui: lei non riconosce all’LTG di avere caratteristiche predittive riguardo l’attualita; a me pare di aver visto peró una sostanziale aderenza delle curve di uno scenario con gli sviluppi storici da allora. Che ne dice di questo fatto? Il secondo aspetto é lo scegliere cosa fare. Qui sta il vulnus tra lei ed i post-picchisti. A fronte di una visione condivisa di un sostanziale imposdibilità a continuare così, loro propongono di muoversi subito in una data direzione, magari non ben valutata-valutabile nelle conseguenze socio-economiche, lei invece propone di aspettare finché non ci si sia sviluppata una trattazione teoretica alternativa coerente (immagino dal punto di vista logico-matematico, non so nulla di queste cose). Ma non trova che la magnitudine del rischio atteso se i post-picchisti hanno anche solo parzialmente ragione (in senso quantitativo, in senso temporale) sia tale che iniziare a muoversi in direzioni parzialmente ignote sia necessario? E non uso la parola decrescita, ma almeno iniziare una rivalutazione dell’allocazione delle risorse a seconda degli ambiti, un tentativo (lo so vago, un po’ indistinto, per gli strumenti di attribuizione del valore dell’economia) di internalizzare i danni ambientali e (mi spingo in là parecchio, lo so) addirittura sociali delle azioni? Le faccio presente che, dietro fenomeni ideologici che lei talora avverte come fortemente disturbanti, si cela una sincera preoccupazione, che puó assume connotati un po’ massimalisti, ma é spesso il risultato di un percorso culturale che diviene fondante della propria stessa identità. Dobbiamo riuscire a dialogare efficacemente su questi temi dottore e glielo dice uno che ama il mondo così com’é, con tutti i suoi aleatori lustrini, ma che si rende conto (basandosi solo sulla propria fallace logica) che, da qualche tempo, stiamo marciando oltre il solco e tornare al di là di quello sarà sempre più difficile, più tempo passa. Grazie e saluti.

      • Filippo Zuliani scrive:

        Ciao, Roberto. Lascia perdere il Dottore e dammi pure del tu, se per te e’ ok. I titoli universitari mi interessano il giusto. Venendo alle tue domande, capisco le tue preoccupazioni e in una certa misura le condivido. E’ ovvio che, immersi in un crisi economica che sembra non finire mai venga spontaneo concludere che il mondo abbia o stia per finire le risorse. Ma per poter stabilire una correlazione tra le due cose, quello che serve è, come minimo, uno studio sistematico, quelli di cui si occupano le meta-analisi (le analisi di analisi). Il lavoro di LTG fu vagliato dalla comunita’ scientifica dell’epoca, che evidenzio’ grosse criticita’ sulla metodologia dei vincoli puramente fisici all’offerta gia’ cara ad Hubbert, rigettandone le conclusioni ove necessario. La sostanziale aderenza ai risultati cui fai riferimento tu, contrariamente a quel che si narra in certi ambienti, e’ tutt’altro che univocamente accettata dalla comunita’ scientifica internazionale (eufemismo). Purtroppo tutti siamo soggetti a numerose distorsioni cognitive di cui siamo inconsapevoli, ed è facile cadere nel cosiddetto bias di conferma, per cui diamo più importanza a eventi o impressioni che confermano le nostre credenze. Questo è esattamente il meccanismo di condizionamento inconscio con cui nascono le superstizioni. L’economia ecologica o sull’ecologia industriale ne hanno fatta di strada dai tempi di LTG, proprio in direzione della rivalutazione dell’ambiente rivendicata da te. Molto rimane da fare – una su tutte, integrare il riscaldamento globale alla teoria del commercio internazionale – ma ritornare perennemente alla casella di partenza e profetizzare la fine del mondo ad ogni starnuto non giova a nessuno. Ambiente incluso.

  6. Mauro scrive:

    Aumentare l’efficenza senza diminuire le ore di lavoro ma senza pretendere un aumento dei consumi?
    Secondo me si può ottenere aumentando la qualità dei prodotti.
    Questi prodotti saranno più costosi (l’investimento tecnologico e la formazione hanno un costo quindi anche a partità di ore lavorate il prodotti costeranno di più)
    Pertanto è fondamentale che durino più a lungo!

    E’ l’opposto di quello che dicono gli economisti?
    Sì, ma visti i risultati economici degli ultimi tempi so che se seguo l’economia ufficiale sbaglio sicuramente, se invece provo strade nuove ho qualche possibilità!

    • Filippo Zuliani scrive:

      E’ l’opposto di quello che dicono gli economisti?
      No, anzi. Su alcuni beni la durabilita’ ha il suo valore conclamato con adeguato corrispettivo in denaro (e relativa crescita del PIL). Ma qui entriamo in merito delle questioni di teoria del valore e, piu’ a margine, obsolescenza programmata.

      Curiosità mia: visto il valore che personalmente dai alla durabilita’ dei beni, per il risparmio di materie prime e limitato impatto ambientale, probabilmente tu possiedi una Audi, che offre 12 anni di garanzia sui materiali ma costa mica poco, oltre ad avere in casa solo elettrodomestici di marca Miele, che durano moltissimo ma costano assai. Giusto?

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